
La precarietà lavorativa: tema attualissimo, problema vischioso in cui rimangono intrappolate sempre più persone. Abbiamo provato a fare il punto della situazione chiedendo ai givani di raccontarci le loro storie.
La consapevolezza è che ormai non ci sono alternative: per entrare nel mondo del lavoro il percorso è lungo e bisogna imparare a convivere con la propria data di scadenza, il giorno in cui il contratto di lavoro finisce e poi chissà. Scadenza che si rinnova per anni, e poi ancora anni, in un percorso che rischia di diventare infinito.
PRECARIATO CRONICO E CONTRATTI ATIPICI USATI IMPROPRIAMENTE
Un esempio calzante è quello di due "collaboratori" il cui "progetto" consisteva nel consegnare puntualmente, tutte le mattine, i giornali alle edicole con il furgone aziendale. Recentemente il Tribunale di Bergamo ne ha disposto l'assunzione come dipendenti.
IL 22% LAVORA IN NERO, IL 22% HA UN CONTRATTO A SCADENZA, IL 12% E' UNO STAGISTA
Noi di Studenti.it abbiamo chiesto ai nostri utenti di raccontarci le loro esperienze e in un'indagine in cui abbiamo chiesto di indicare il tipo di contratto con cui lavorano, il 22% ha risposto di avere un contratto a scadenza, ma ben il 22% ha risposto di lavorare in nero, senza nessun contratto, mentre un altro 12% è inquadrato come stagista. E se un 20% può vantare l'agognato contratto a tempo indeterminato, il 19% lavora a progetto, un altro 4% con un contratto di consulenza, mentre il 2% ha un contratto di formazione.
I DATI: 2 RAGAZZI SU 3 ENTRANO NEL MONDO DEL LAVORO CON UN CONTRATTO A SCADENZA
Di precariato ne parla anche un libro appena pubblicato da Laterza a firma di Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni "Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi". Secondo i dati riportati, due ragazzi su tre entrano nel mondo del lavoro con un contratto a scadenza, «e rimangono impigliati in una di queste numerosissime (ormai sono una quarantina) tipologie di lavoro a tempo, con scarse protezioni, senza scatti di stipendio, senza prospettive concrete di carriera e spesso sottoutilizzati rispetto alle loro qualifiche». È il pantano dei lavori atipici, da cui molto difficilmente si riesce a uscire. Tanto che, sempre secondo il saggio citato, sotto i 40 anni solo uno su tre riesce a conquistarsi subito un contratto a tempo indeterminato.
Attualmente in Italia i lavoratori sono divisi in due categorie separate: gli stabili, con tutte le garanzie, e i precari, sottopagati e senza nessuna garanzia. Due gruppi di persone che spesso lavorano gomito a gomito e svolgono le stesse mansioni, con l'età come unica differenza: «Quasi sei lavoratori su dieci sotto i 35 anni hanno un lavoro a tempo oppure un part time. Mentre se si va oltre la soglia dei 35, la statistica si rovescia: sette persone su dieci hanno un'occupazione stabile», riporta il saggio di Iezzi e Mastrobuoni. Una situazione che non solo sta impoverendo le generazioni più giovani - perché precario, in Italia, è anche sinonimo di sottopagato, e nel loro saggio Iezzi e Mastrobuoni ci riflettono a lungo nel capitolo "Un posto fisso da precario", passando in rassegna numerosi dati a riguardo - ma che prospetta inquietanti conseguenze anche per il futuro: queste persone avranno una pensione da miseria.
IL SINDACATO: "AI PRECARI UNA PENSIONE DA FAME"
«Tutti i parasubordinati, se restano tali, percepiranno una pensione ridicola, per molti addirittura al di sotto dell’assegno sociale», osserva Filomena Trizio, segretaria generale della Nidil, la sezione della Cgil specifica per il lavoro "atipico". Trizio continua: «Lo stesso presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua nei giorni scorsi ha avuto modo di dire, in maniera quasi provocatoria, che se il suo istituto rivelasse ai lavoratori parasubordinati quali sono le proiezioni sulle loro pensioni si rischierebbe un “sommovimento sociale”». Leggi qui l'intervista intera.
A Filomena Trizio abbiamo chiesto una stima del numero dei precari in Italia: «Non è facile fornire un dato preciso di quanti siano i lavoratori precari nel nostro paese», ha risposto Trizio, «Siamo entrati nella crisi con circa otto milioni di precari (di cui circa la metà lavoratori in nero). I dati disponibili dicono che, in questi due anni, è ulteriormente aumentata la disoccupazione, come pure le persone inattive sul mercato del lavoro e il ricorso a forme atipiche a scapito del lavoro a tempo indeterminato. Bisogna anche dire che quando si parla di “precari” ci si riferisce a una galassia vasta e molto differenziata al suo interno». Una galassia cui si aggiungono stagisti di ogni tipo e lavoratori in nero, «i più precari fra i precari», li ha definiti Trizio. Leggi qui l'intervista.
COSTRUIRSI UNA FAMIGLIA O FARE UN MUTUO SONO UN LUSSO. E C'E' CHI PREFERISCE PROSTITUIRSI
Quella di Federica è un lungo sfogo in cui ci racconta che dalle sue parti non c'è nulla, non c'è lavoro e per accedere a quel poco che c'è bisogna comunque concedere favori sessuali al datore di lavoro, anche se ci si candida per fare la cameriera ai piani. Intorno a lei vede solo sfruttamento, i lavori sono sottopagati, molti in nero o a termine.
Ma ci sono anche le testimonianze di impegno e caparbietà di chi non si vuole arrendere, e poi magari ottiene qualche riconoscimento, per sé e per gli altri: questa storia la teniamo per la fine, come buon auspicio.
Tra le tante storie di precariato infinito c'è quella di Daniele, trentacinquenne siciliano che va avanti da quasi quindici anni con lavori in nero o con contratti a scadenza mensile, che però lo lasciano a casa anche due o tre mesi l'anno. Poi, quando subentra l'agenzia interinale, i contratti diventano anche di un giorno solo. Infine, con l'anno orribile della crisi economica, svanisce del tutto il sogno di un'assunzione.
Una storia molto indicativa dei problemi del precariato arriva da Roma: Mario ha lavorato sei anni per un'agenzia del Ministero del lavoro e grazie alle garanzie di assunzione offerte da un suo dirigente è riuscito a prendere un mutuo. Dopo un po', però, il suo contratto non è stato rinnovato e inevitabilmente sono iniziati i problemi per pagare il mutuo, non avendo avuto accesso ai cosiddetti ammortizzatori sociali. Ora rischia di perdere la sua casa e di vedere distrutta la sua famiglia.
Andrea, un altro utente di Roma, racconta le sue vicissitudini con le tante agenzie interinali che forniscono lavoro a grandi aziende, festeggiando al pub il contratto più lungo: di tre mesi. Poi, un giorno, a un colloquio una domanda lo lascia interdetto: "come ti vedi tra cinque anni?", gli è stato chiesto, e con amarezza ha notato che non aveva la più pallida idea di cosa rispondere perché per lui è impossibile pensare a lungo termine. Tanto che la sua precarietà lavorativa sembra essersi trasferita anche nei sentimenti e nella sua vita privata.
Alessando invece è un precario della scuola: insegna filosofia e storia. Ha all'attivo una lunga trafila di lavoretti per pagarsi gli studi e la specializzazione, e poi i primi incarichi come docente, alcuni anche in nero per società private. Ora deve barcamenarsi tra l'incarico di cinque ore nella scuola pubblica e le docenze nella scuola privata, tutte con contratti brevi.
Giuseppe invece è un web designer di Bari, lavora in un ufficio pubblico e sa che la sua precarietà non ha sbocchi. Lo preoccupa il pensiero di sentirsi costretto a fare il simpatico con i superiori per vedersi rinnovato il suo contratto: invece che per la sua produttività, si sente in balìa di un criterio un po' troppo arbitrario.
Dalla Campania arriva la storia di Immacolato, un ingegnere elettronico con varie specializzazioni per l'insegnamento, che dopo un paio di anni da precario nella scuola non è stato più chiamato. Allora ha dovuto aprire una partita Iva, ma spesso le spese che gli comporta sono più alte di quel che guadagna.
PRECARIATO: UNA STORIA CHE FINISCE BENE
Eppure a volte qualche storia ha un lieto fine e chi lotta riesce a ottenere qualche riconoscimento. È successo a un'insegnante precaria che ha fatto ricorso contro l'amministrazione scolastica che puntualmente, ogni anno, la licenziava a giugno per poi riassumerla a settembre evitando così di pagarle le ferie, come avviene per tutti gli altri insegnanti assunti. La docente aveva incarichi di supplenze annuali nelle scuole superiori. Una situazione andata avanti per cinque anni in cui la scuola non le ha pagato i mesi di luglio e agosto e per cui ora il Ministero dell'Istruzione dovrà pagarle 13mila euro, tra danni e arretrati. La sentenza, emessa dalla sezione lavoro della Corte d'Appelo di Brescia, è molto importante perché ora altri 35mila nella stessa situazione potrebbero fare causa e chiedere un analogo rimborso.
a cura di Marta Ferrucci
fonte: www.studenti.it
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